
I dati ufficiali sull’emigrazione italiana risalgono al 1876, anno in cui si iniziò a studiare sistematicamente il fenomeno migratorio. Tuttavia, già dal 1871 il censimento degli italiani all’estero forniva un primo quadro della diaspora, con cifre che coprivano gli anni dal 1869 al 1875. Sin da allora si delineò una tendenza ben precisa: la preferenza per l’America come destinazione principale, seguita dall’Europa.
I numeri parlano chiaro: su un totale di 232.000 emigranti, il 75% proveniva dal Nord Italia (Piemonte, Liguria, Lombardia e Veneto), mentre il Sud, con Campania, Sicilia e Sardegna, rappresentava una percentuale molto più ridotta. La Sicilia, in particolare, contribuiva con un modesto 4,26%. Tuttavia, questa cifra nasconde le profonde radici del fenomeno migratorio siciliano, che avrebbe raggiunto il suo culmine nei decenni successivi.
Le cause dell’emigrazione siciliana
Nel Mezzogiorno, e in Sicilia in particolare, l’emigrazione transoceanica divenne prevalente a causa di una serie di fattori drammatici. L’economia agricola era in uno stato di miseria cronica, con contadini schiacciati dalla povertà e da un sistema fiscale opprimente, iniquo e vessatorio, che gravava soprattutto sui piccoli proprietari e braccianti. Il latifondo, con la sua struttura arcaica e parassitaria, dominava l’entroterra siciliano, creando condizioni di lavoro spietate e spesso disumane.
La miseria materiale si intrecciava con un senso di profonda ingiustizia sociale, alimentando un malcontento che rischiava di esplodere in violenza. Le testimonianze dell’epoca catturano questo stato d’animo: “Se non fosse venuta l’emigrazione, si sarebbe fatto a coltellate per vivere”, raccontava un contadino, evidenziando come la migrazione rappresentasse spesso l’unica via di salvezza.
La grande migrazione verso l’America
Con l’avvento del XX secolo, l’emigrazione siciliana subì una notevole intensificazione, in particolare nei primi anni del 1900. Le zone più povere dell’isola, soprattutto le aree montane e interne dominate dal latifondo, fornivano il maggior numero di emigranti. La destinazione preferita era il Nord degli Stati Uniti, attratti dalle opportunità economiche più remunerative rispetto a quelle disponibili in patria.
Nel censimento del 1912-1913, si registrò un boom migratorio proveniente dalle aree più disagiate dell’isola. La struttura feudale della società, unita a una povertà che sembrava senza via d’uscita, spinse intere famiglie a partire. La prospettiva di un benessere maggiore, seppur ottenibile solo attraverso viaggi estremi e sacrifici enormi, rappresentava una speranza troppo forte per essere ignorata.
Le testimonianze dell’epoca
Le testimonianze raccolte nell’ambito delle inchieste parlamentari dell’epoca offrono un quadro vivido della condizione sociale e psicologica dei siciliani. Frasi come “Dio fece tutto per gli uomini, ma non per noi” riflettono il senso di abbandono e rassegnazione che pervadeva le classi popolari. Eppure, questa rassegnazione si trasformava in desiderio di riscatto attraverso l’emigrazione. Non sorprende, quindi, che un detto popolare recitasse: “I giovani succhiano con il latte il bisogno di emigrare”.
L’emigrazione divenne così un tratto distintivo della vita siciliana, un fenomeno che ha segnato la storia dell’isola e ha lasciato un’impronta indelebile nelle comunità d’origine e in quelle create all’estero.
